Nel periodo compreso tra l’ultimo quarto del Trecento fino alla metà del Quattrocento, si è assistito a un’inasprimento dei processi per stregoneria, sia per quanto riguarda la quantità degli uomini e delle donne portate in giudizio, sia per la “pesantezza” dei processi.

Il fenomeno riguarda tutta l’Europa e anche l’Italia. L’Italia centrale in particolare tra cui anche l’Umbria.

I processi umbri però, colpiscono particolarmente per il rigore con cui i giudici condannano le imputate, e il modello di strega che emerge nei processi, chiare conseguenze della sottomissione dell’Umbria al Papa (1424). 

In Umbria, i processi sono istruiti in prevalenza dalle Magistrature Comunali, più di rado dall’Inquisizione e i procedimenti sono a carico, quasi in egual misura, di uomini e di donne; ma è su queste ultime che si abbattono con più ferocia le condanne. Pene ovviamente, basate su testimonianze non provate da parte di rivali in amore, o confessioni estorte con la forza.

Le ammissioni e le testimonianze sono riportate nei minimi dettagli nei verbali, con l’obbiettivo, non solo di screditare l’imputata, ma anche con un intento più ampio, di conservazione degli status sociali dei ruoli che uomini e donne dovevano avere nella società.

La donna nel medioevo era infatti considerata di un’innata debolezza sia fisica che morale; proprio per questo motivo, erano gli uomini a controllare anche la sfera sessuale della donna, il cui onore era di fatto “proprietà” del padre, dei fratelli, del marito.

Il più famoso processo è quello contro Matteuccia di Francesco da Ripabianca nel 1428. Quello di Matteuccia fu uno dei primi processi di cui si ha notizia in Europa, tanto che se ne interessò Bernardino da Siena in persona.

Il processo fu particolarmente efferato e ricco di dettagli, e i suoi verbali sono giunti fino a noi. Oggi, infatti, sono conservati nella Biblioteca di Todi.

Verbale del processo a Matteuccia da Ripabianca
Verbale del processo a Matteuccia da Ripabianca

Nei verbali si legge come da Matteuccia, si recassero donne provenienti da ogni parte dell’Umbria, devastate da vite coniugali difficili, per chiederle ogni genere di sortilegio, anche a carattere sessuale.

In un passaggio del processo a Matteuccia si legge infatti di una certa Caterina che era partita addirittura da Città della Pieve, per ottenere da Matteuccia un contraccettivo poichè aveva una relazione con il prete del paese e non voleva incappare in gravidanze indesiderate.

Matteuccia era colpevole di preparare incantesimi e fatture per aiutare donne non più amate o maltrattate dai mariti, di invocare demoni, di volare al noce di Benevento, di mutarsi in diversi animali, di essersi macchiata di un’innumerevole quantità di infanticidi.

Insomma nel verbale del processo, emerge un modello di strega assai evoluto per i tempi (ma corrispondente al modello di strega predicato da Bernardino da Siena in ogni piazza italiana a quel tempo) e, dopo la sua condanna al rogo, per almeno due decenni non si ritroveranno nelle trascrizioni dei processi umbri, altri profili di strega simili. Segno che le caratteristiche di una strega non emergevano in ambiti processuali, ma al di fuori, nei salotti filosofici o nelle piazze in cui si predicava.

Matteuccia venne condannata al rogo, ma le venne concesso il “diritto” di potersi difendere scegliendo un legale che potesse prendere le sue parti, entro 10 giorni. Ma Matteuccia, una donna sola, senza disponibilità economiche e accusata di crimini indicibili, non ottenne l’aiuto di nessuno.

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Una conferma indiretta dell’ipotesi che la caccia alle streghe tra “le sue origini” al di fuori dei tribunali, viene dalla vicenda di Santuccia di Norcia, condannata nel 1445 per stregoneria.

Santuccia viene descritta nei verbali come una donna come tante, catturata nella sua casa tra i monti, giudicata e condannata per un reato punibile con il rogo.

Il cronista, un certo Graziani, un attento uomo con il compito di narrare gli accadimenti, infatti scrive:

“A quisti dì [marzo 1445] Monsignore fece pigliare una Santuccia indivina e faturaria, quale era da Nocea, et stava in quilli monte fra Asese e Nocea, et lì fu presa. Adì 6 marzo, in sabbato, fo arsa la ditta Santuccia indivina de Nocea giù al Campo de la Bataglia. […] Et quando andò a la iustizia fu menata a cavallo in uno asino con la faccia voltata verso la groppa, e con una metria in testa, e con noi dimonii, uno de là e l’altro de qua che tenevano la ditta metria”.

Ma la versione cambiava quando a raccontare di Santuccia di Norcia, era Giacomo della Marca, abile predicatore. Nei suoi racconti, Santuccia veniva descritta come una diabolica <<vetula>>, bruciata per aver commesso <<innumerabilia mala>> e di aver confessato di aver ucciso cinquanta bambini, di aver succhiato da un orecchio tutto il sangue ad un altro bambino, di aver fatto molti malefici con il Corpo di Cristo consacrato da un amico prete, di aver preso degli uomini per i genitali e di averli scaraventati contro degli alberi.

Stessa cosa si può dire per il processo a Katerina di Giorgio da Modrus, cittadina di Perugia ma di natali croati, accusata nel 1437 di essere una donna <<di cattiva condizione di vita e fama, una fattucchiera pubblica e rinomata, omicida e ladra>>.

Il notaio Michele Angeli descrive come Katerina sia colpevole di due malefici contro due persone della città di Perugia, di essere una ladra e un’assassina. La prima fattura le viene commissionata da un’altra donna, una certa Antonia, per conquistare l’amore di un uomo già sposato:

“Katerina andò da un sacerdote e con un ingegno sottile ebbe un’ostia consacrata nella quale volle che fossero scritte lettere e nomi di demoni per poter fare una fattura per insistenza e pressione ad un altro uomo allo scopo che la padrona Antonia fosse amata da lui e la moglie del suddetto uomo lo avesse in odio, rendendo pazza la stessa Antonia al punto da toglierle tutto diventando una persona inutile”.

La seconda fattura invece, viene prodotta per la stessa Katerina per il suo scopo personale di recare danno alla moglie dell’uomo da lei amato:

Allo stesso modo nell’anno 1424 Katerina fece una fattura contro la padrona Caterina, moglie di Gui-duccio, prendendo di nuovo un’ostia consacrata e ci fece scrivere – Caterina non possa né dormire né ve- gliare fin quando non farà quello che io voglio, e portò la suddetta ostia a Caterina in un scodella calda”.

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Le cose cambiano nel processo a Filippa di Città della Pieve nel 1455. Il profilo della strega che emerge dalle carte processuali, dimostra come oramai anche i giudici abbiano imparato come formulare le accuse e il linguaggio con cui redigere le loro sentenze.

Filippa viene accusata di una sfilza di reati, pari solo alle imputazioni attribuite a Matteuccia da Ripabianca.

Mancano in questo caso, le trascrizioni infinite delle formule magiche usate dalla strega, ma i capi di imputazione farebbero impallidire molte streghe al suo confronto. Filippa è accusata di:

“facturariam, veneficam, inmundorum spirituum et diaboli invocatricem et incantatricem, augoriolam magicam, pudicorum animorum et castarum mentium ad libidinem incitatricem et corructricem, elementorum turbatricem, vitas insontium hominum labefactare non dubitantem, plura et diversa scielerum componimenta manibus acitiis ventillatricem us suos confecerit inimicos, stregam, corsariam, maligiagiam et potatricem sanguinis puerorum”.

Filippa avrebbe sulle sue spalle un’attività ventennale, da quando nel 1434 si era recata da una certa Claruzia, esperta in arti magiche, e le aveva chiesto di insegnargliele. I giudici sottolineano nelle carte processuali questo aspetto, e cioè la trasmissione di sapere da donna a donna, determinando un atto di autodeterminazione del proprio destino.

Ma le accuse contro Filippa vanno oltre: nel processo vengono descritti i riti che celebra. In uno di questi la donna invocherebbe il demonio, spogliandosi completamente, cospargendosi di olio e venendone posseduta. Ma non per divenire uno strumento nelle mani del demonio, bensì per acquisirne il potere.

Il peccato di cui si macchia Filippa è dunque di una gravità inaudita e fa di lei una donna maledetta che dovrà essere distrutta dalle fiamme: le viene inflitta una sanzione pecuniaria il cui mancato assolvimento entro 10 giorni, fa scattare automaticamente la condanna a morte sul rogo. L’ammontare che viene stabilito è molto alto e Filippa è una donna sola, non può assolvere.

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Stessa sorte per un’altra donna presunta strega: Mariana da Perugia. Il suo processo è datato 6 novembre 1456, ed è sempre l’autodeterminazione l’accusa più grave mossa nei suoi confronti.

Secondo le carte, Mariana era in grado di fare le fatture ma questo certo non le bastava; voleva imparare tutto il sapere di una strega, e così si rivolse ad una donna senza nome. Con lei, Mariana si ungeva il viso e il corpo con certi unguenti preparati dalla misteriosa donna e, insieme, si recavano alla noce di Benevento.

Ma qui non c’era nessun sabba presieduto dal demonio, come aveva “spontaneamente raccontato Matteuccia” vent’anni prima, nè orge sessuali, come avrebbero detto altre negli anni a seguire. Alla noce di Benevento, Mariana e l’altra donna erano sole, al buio, finchè non decidevano di andare a succhiare il sangue a qualche bambino.

Mariana, al pari delle altre, verrà condannata al rogo, con l’aggravante dell’aver indotto all’adulterio una donna di buona condizione e fama, e gli Statuti di Perugia del tempo, punivano in questo modo le ruffiane.

 

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