Fino agli anni ’50 il dottore era un lusso che non tutti si potevano permettere. La scarsità di mezzi di trasporto, l’assenza di vie di comunicazione o la scarsa manutenzione delle stesse, rendevano difficoltoso il trasporto dei malati dai borghi collinari agli ospedali nei grandi centri.

Ci si doveva arrangiare con “farmaci” composti da ingredienti tipici della vita contadina, facilmente reperibili come mele cotte, bucce di arancia, salvia, lino, semola, senape, gramigna, fave, olio, farina, rosmarino, marrubio, vino, liquore, aceto, uova, cera d’api, cavolo, patate, zucchero, camomilla, alcool, sambuco, basilico, foglie di rovo, malva, granoturco, muragliola, ruta, garofano e orzo.

Sull’argomento sono stati scritti diversi libri tra cui “La magia dell’aia – scene di vita contadina” di Cosimo Piccolo, il quale racconta in maniera affascinante l’inizio del Novecento vissuto da popolani nelle zone intorno al Monte Subasio.

Le malattie comuni erano principalmente associate alle condizioni di vita, di alimentazione e di lavoro di quel periodo; quindi, per esempio, colite, artrite, pleurite, polmonite, parotite, rosolia, tonsillite, esaurimento nervoso.

Il rimedio per l’otite consisteva in impacchi con stoffa di lana precedentemente su un coperchio di terracotta infuocato; va aggiunto anche latte di madre che allatta un bambino maschio.

Per la polmonite le mignatte (sanguisughe) erano la cura. Andavano collocate in corrispondenza della parte bassa del polmone malato e, una volta terminata la terapia, venivano staccate dalla zona per poi procedere con impacchi di acqua calda. Se le mignatte non venivano reperite, un coperchio di terracotta infuocato poteva essere un valido surrogato.

Per la febbre, un valido rimedio era spaccare un piccione vivo ed applicare le due parti sulle piante dei piedi con opportuna fasciatura, per almeno un giorno. Il piccione assorbiva così la febbre. In assenza del volatile, potevano essere usate lumache acciaccate.

Per quanto riguarda le malattie dei bambini, le cose si complicano poichè spesso i bimbi erano troppo piccoli per comunicare i loro sintomi.

Le fantignole o fantiole, che dovrebbe corrispondere alla poliomelite, era una malattia temutissima perchè molto spesso uccideva. Alla comparsa delle prime convulsioni veniva diagnosticata e si correva subito ai ripari: si faceva colare sulla nuca del bambino tre gocce di cera di una candela della Candelora. Operazione che veniva spesso fatta su tutti i neonati allo scopo di prevenire la malattia. In alternativa si potevano usare due chiavi incrociate e infuocate (una maschio cioè a punta piena e una femmina cioè a punta cava), da appoggiare sulla nuca del bimbo producendo una profonda bruciatura.

Se, durante i primi mesi di vita, il neonato non aumentava di peso, si credeva che in fondo alla schiena, in corrispondenza dell’osso sacro, si fosse annidata una biforcola o forcina (nome scientifico forficula auricularia). Per liberare il bimbo dall’intruso, occorreva friggere in olio d’oliva tre, cinque o sette biforcole, a seconda delle varianti. A compiere questa azione era una ‘strolica’ che, dopo la frittura, immergeva l’indice e il medio nell’olio, in modo da formare una V, per poi ungere il sedere del bambino dall’alto in basso come ad indicare all’ospite la via da seguire per andarsene. L’operazione doveva essere ripetuta per sette o nove giorni consecutivi.

forficula-auricularia

Per curare la bronchite dei bambini si usava massaggiare la schiena con un panno imbevuto di panna di latte di pecora, ma si poteva anche usare l’olio ferrato che era utilizzato anche per curare altre malattie come il raffreddore. Per preparare l’olio ferrato, si faceva diventare incandescente un pezzo di ferro per poi immergerlo in un recipiente d’olio; ma c’era anche chi invertiva il procedimento.

Per neutralizzare ipotetici vermi che assalivano i neonati alla gola facendogli mancare il respiro, si faceva ingerire loro un cucchiaio di petrolio oppure gli si faceva annusare dell’aglio.

Altri tempi.

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