I perugini erano bellicosi; lo testimonia la storia stessa della città e dei suoi personaggi: da Braccio Fortebraccio a Niccolò Piccinino, da Biordo Michelotti al brigante Cinicchia.

E così anche i momenti ludici e di svago che si tenevano tra le mura cittadine, non potevano che essere caratterizzati da altrettanta bellicosità.

Già in epoca romana, a Perugia era sovente assistere a vere e proprie sassaiole tra le diverse bande cittadine, che intendevano regolare in questo modo i loro conti.

Il “gioco” fu ripreso in età medievale: in occasione della festa di Sant’Ercolano infatti, il 1 marzo, era tradizione effettuare una processione al lume delle torce per poi dare inizio alla sassaiola. Si trattava di un vero e proprio scontro armato tra i giovani dei cinque rioni in cui è divisa la città e, molto spesso, ovviamente, ci scappava il morto. Oltre che per regolare le rivalità tra le varie porte cittadine, questi scontri servivano anche come addestramento delle milizie comunali che erano composte dai cittadini stessi.

Nel 1400 circa, il “gioco” diviene talmente popolare, che viene istituita una “Compagnia del Sasso” con tanto di statuto e regole ufficiali. E così, a Perugia si giocava ogni anno dal 1 marzo fino a metà giugno, vedendo una partecipazione di ben 2000 cittadini perugini, schierati in due opposte fazioni.

Le regole erano davvero molto precise: i due “eserciti” si fronteggiavano ognuno a un lato di un grande campo, e la battaglia iniziava quando i ragazzi ai fianchi dell’armata ed i lanciatori iniziavano le ostilità. A seguire, intervenivano gli “armati” (l’equivalente di quella che oggi definiremmo la fanteria pesante) i quali erano protetti da un’armatura di cuoio molto spesso, che comprendeva anche testa e gambe, ma soltanto nella parte davanti e legata dietro, poiché sarebbe stato impensabile voltare le spalle al nemico.

La “terza linea”, quella dei vecchi, entrava in gioco solo nel caso in cui una delle due fazioni si fosse trovata in seria difficoltà, gareggiando quindi indifferentemente per l’uno o per l’altro schieramento. In sostanza, per non far cessare subito il “gioco”.

Al termine dei “giochi” si tornava amici come prima e, un po’ come succede oggi per il gioco del calcio, si commentavano animatamente gli avvenimenti appena successi. Tutto ciò, nonostante la “battaglia” avesse lasciato sul campo tra le 10 e le 20 vittime tra morti e feriti.

Il Campano scriveva a proposito “Ognuno dice che non si faceva in Italia giuoco il più feroce di questo, e quindi si crede che quel popolo sia venuto così valoroso d’animo e di corpo“.

Oggi, ovviamente, queste battaglie sono cadute in disuso ma, nei secoli, il termine “giochi perugini” è rimasto, indicando un gioco o uno scherzo particolarmente violento e pericoloso.

 

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