E’ noto come il quinquennio 1860-1865, è segnato dal fenomeno del brigantaggio in tutto il centro-sud della penisola. Solo episodicamente si è tratto di una diretta conseguenza di situazioni politiche, molto più spesso, il fenomeno era legato a difficili situazioni socio-economiche e culturali, che sfocavano in brutale delinquenza.

Non del tutto estraneo a questa situazione, è stato il territorio della nostra regione, specialmente al confine tra Marche e Umbria, dove imperversò uno dei personaggi più funesti dell’epoca: il brigante Cinicchia (o Cinicchio), al secolo Nazzareno Guglielmi.

Personaggio molto controverso poiché pare che alternasse una grande ferocia nei suoi delitti, a momenti di umanità e comprensione nei confronti dei più poveri. Non voleva infatti, che i poveri venissero molestati e non si risparmiò anche dall’uccidere un suo compagno, pur di salvare un contadino innocente.

Nato ad Assisi il 30 gennaio 1830, ha ereditato il soprannome di famiglia da un trisavolo basso di statura e irascibile, un pò come era lui. Lavora prima nei campi, poi come muratore e sposa una donna di nome Teresa dalla quale ha una figlia di nome Maria.

La crisi occupazionale di quegli anni, unita al suo carattere burrascoso, lo portano a frequentare compagnie non raccomandabili, tanto che già nel 1857 viene arrestato ad Assisi per aver rubato.

Il 20 aprile 1859 riesce a fuggire e darsi alla macchia. Nasce così il mito del brigante Cinicchia, temuto dai ricchi ed amato dai poveri che spesso finisce per aiutare.

Negli anni a cavallo dell’unità d’Italia, è ritenuto responsabile di numerosi delitti tra Marche ed Umbria, sempre braccato dai gendarmi ma mai catturato; anzi, viene aiutato da un gruppo di contrabbandieri e renitenti alla leva militare di vari paesi montani marchigiani, che entrano nella sua banda.

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I gendarmi pontifici allora fanno arrestare la moglie e la conducono al carcere di Perugia. Cinicchia raggiunge così, un noto caffè borghese vestito da gentiluomo, minacciando i presenti di incendiare mezza città se non fosse stata liberata. Sua moglie viene così subito scarcerata.

Tra i crimini più noti commessi da Cinicchia, riportati nei registri della Polizia del tempo, va annotato quello del capitano della Guardia Nazionale di Valfabbrica, Cesare Bellini, datato 21 ottobre 1863. La notizia del suo omicidio viene riportata addirittura dalla “Gazzetta del Popolo” di Firenze.

Il capitano era noto per la caccia ai renitenti e a diversi malfattori, tanto che aveva proceduto anche contro il sindaco di Valfabbrica, Angelo Calisti, colpevole per di più, di avere rapporti con lo stesso Cinicchia.

Una volta catturato, il capitano è disposto a consegnare tutti i suoi averi pur di salvarsi, ma non servirà: mentre tenta di fuggire gettandosi nel fiume Chiascio, viene raggiunto da una scarica di colpi di fucile.

Il delitto più atroce però, è quello di suo fratello Domenico: Cinicchia scopre che suo fratello ha una relazione con sua moglie Teresa, allo scopo di mettere le mani sui soldi che il brigante, mandava regolarmente alla donna dalla latitanza. Pare che un giorno Domenico, mentre lavora alla costruzione della ferrovia Roma-Ancona, lo vede arrivare da lontano e, intuendo il pericolo, corre verso di lui abbracciandolo. Cinicchia, furente, si libera dell’abbraccio e lo pugnala al cuore dicendo “Ora vatti a godere i miei soldi all’inferno”.

La moglie Teresa, implorando perdono, viene risparmiata alla morte ma viene legata ad una pianta per tre giorni e le vengono tagliati i capelli.

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La rapina più eclatante viene commessa nel 1863 presso la pineta Capranica (Nocera Umbra): immobilizzata la guarnigione di scorta, assalta una diligenza che portava un’enorme somma di denaro per l’epoca, 150.000 lire. Si tratta di denaro destinata agli operai che costruivano la ferrovia Roma-Ancona.

Il Governo si mette sulle sue tracce e nel giro di due anni quasi tutti i membri della sua banda vengono arrestati, uccisi o condannati: Domenico Patuma detto Salvalanima, Giuseppe Ragni detto Ribicchiola, Francesco Venturelli detto Cavalajo, i soprannominati Cacabugie, Maccabei e il Moro, per citarne alcuni.

Lo stesso Cinicchia viene arrestato e portato nel carcere di Jesi. Qui riesce a corrompere la guardia carceraria Moretti, perugino. La sua fuga dura poco poiché viene subito catturato e trasferito ad Ancona.

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A questo punto interviene la moglie Teresa che riesce a corrompere di nuovo Moretti a suon di denaro, e a convincerlo a fornire a suo marito, alcuni strumenti per poter evadere dal carcere (lime, seghettini, scalpello, coltelli e roncola). Cinicchia evade dal carcere di Ancona attraverso un buco nel muro.

A questo punto, Cinicchia si imbarca con passaporto falso (a nome Rossi), nel porto di Civitavecchia, direzione Marsiglia, per poi dirigersi in Brasile. Qui Cinicchia diventerà imprenditore edile.

A causa di aspro litigio però, deve spostarsi ancora e riparare in Argentina, dove continua il suo onesto lavoro di costruttore e venditore di piccole case, convivendo con una spagnola che lo depreda dei suoi beni.

Muore nel 1903 a Calle Chacabuco a Buenos Aires. E’ del 1901 l’ultima lettera autografa alla famiglia.

Dei crimini della sua banda insomma, si parla nei registri di molti Comuni dell’entroterra appenninico umbro-marchigiano, ma non sempre in malo modo: Cinicchia non voleva che fossero molestati i poveri e così, quando un contadino di Vallegloria (Spello) viene derubato del suo vomere di aratro da un suo stesso membro della banda, ordina di riconsegnarglielo dicendo “Adesso come lavora quel poveretto e che mangia?”.

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Un giorno, transitando con un suo compagno nei pressi di Acervia, ha una discussione accesa con lui sull’abilità di centrare bersagli con la carabina. Per dar prova della sua bravura, il suo compagno punta l’arma contro un contadino in lontananza che sta raccogliendo dell’erba da dare ai suoi animali. Cinicchia inorridito, si ferma con un pretesto e colpisce il compagno con una fucilata alle spalle.

Il monaco benedettino Don Agostino Guido Biocchi, nella sua “La valle di Somaregia o Salmaregia” ricorda che la banda operava “al tempo dei nostri nonni; ma da quel che essi stessi raccontavano, non sembra fosse eccessivamente feroce, anzi lo dicevano dotato d’un pizzico di sentimento cavalleresco”.

Oggi di Cinicchia, rimane il detto non ancora scomparso “ne hai fatte tante quante Cinicchia“.

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